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Oltre Munari: Paola Antonelli

Paola Antonelli – curatrice del Dipartimento di Architettura e Design del MoMa – parla di Munari al MUBA, in una serata dagli ingredienti “potenti”: il cielo terso sopra il complesso tardobarocco della Rotonda Besana, il mito di un personaggio come Munari e l’intelligenza semplice e allegra di Paola Antonelli, che, secondo Art Review è una delle cento persone più potenti del mondo nel campo dell’arte.

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Mostre su Munari ne sono state fatte moltissime – inizia Paola Antonelli. Libri ne sono stati scritti parecchi. Che sia una stella polare, un mito è ormai fatto assodato.
Mi piace con voi immaginare come sarebbe Munari oggi?
Questo designer geniale, semplice e comprensibile a ogni età, questo “donatore universale” che può dare a tutti spunti importanti, come progetterebbe in questo mondo confuso, in cui razze e sessi si sono fusi e dove la tecnologia invade il pensiero e le relazioni sociali?
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Sarebbe forse l’artista Golan Levin, che ha creato come provocazione file open source di piccoli giunti compatibili con Lego e Playmobyl, al fine d’interrompere le barriere legali che stanno dietro queste multinazionali del giocattolo.

Infatti per Munari il design è un mestiere disponibile, mentre l’arte è strumento di comunicazione e provocazione. Gli arredi di Donald Judd, in realtà non sono design, ma arte su cui… ci si può anche sedere.

Oggi Munari sarebbe di fronte a un mondo privo di certezze: la fluidità tra i sessi, l’omosessualità e la multirazzialità sono fenomeni che fanno riflettere.

L’artista Gabriel Ann ha messo in scena una performance in cui passava da una postura femminile (gambe chiuse) ad una posa tipicamente maschile (a gambe divaricate) con riferimento alla campagna americana #menspread in cui s’incoraggiano i cittadini a pubblicare foto di maschi che si siedono a gambe aperte in luoghi pubblici, occupando il doppio dello spazio.

E in questa mixitè, il design mescola gli oggetti, come le razze.

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Martino Gamper in 100 giorni ha riconfigurato il disegno di 100 sedie abbandonate e da lui recuperate. Dietro ad ogni sedia c’è una storia e questo progetto mira a sottolineare l’importanza del contesto sociologico, personale, geografico e storico del design.

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Oggi i temi sono riciclo e riuso, fisico e digitale, design spontaneo o parametrico, thinkering, hacking e open source. I designer hanno sempre più un approccio manuale con strumenti digitali, per riconoscere il valore affettivo degli oggetti, che va oltre la propria vita. Come nel videogioco Minecraft in cui l’identità digitale si fonde con quella reale, nella community che si crea tra i giocatori e che dura oltre la vita.

Ma questo è solo il design dry, secco. Se passiamo all’organic design, oltre alla matita abbiamo come strumento progettuale la biologia molecolare. Ecco che la carne viene prodotta in vitro e le carpe ibridate e sterili assumono molteplici fattezze.

Paola Antonelli risponde alle molte domande dei giovani presenti e chiude con l’augurio di mantenere la curiosità della scimmia Zizi, nata per caso, studiando il processo di produzione della gommapiuma Pirelli.

E sui processi creativi Antonelli cita Neri Oxman che disegna il ciclo di Krebs della creatività, con tutti gli ingredienti e le reazioni per produrre energia creativa.

L’ultima parola va ad Alberto Munari, che ricorda alcuni postulati del papà.

La necessità è la madre dell’ingegno (e del design).
Questo è bello, ma come si potrebbe fare altrimenti?
Cambiamento a piccoli passi. La rivoluzione si deve fare senza che nessuno se ne accorga.

Applausi.

 

Susanna Conte

16 febbraio 2017

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